Sant'Ambrogio

Un borgo a misura d’uomo, vera oasi di pace

Era abitudine della mia famiglia trascorrere le vacanze estive a Sant’Ambrogio. Di solito ci trasferivamo subito dopo la festa del SS. Salvatore e ritornavamo a Cefalù all’inizio di settembre, quando riaprivano le scuole. Ma prima che io cominciassi ad andare a scuola, mio padre mi portava a Sant’Ambrogio quando andava a lavorare nel giardino. Niente deliziava più il mio cuore di quelle parole: “Miliu, vuoi veniri a Sant’Ambrogio?”. Per me quei giorni furono indimenticabili. C’era qualcosa nell’atmosfera della campagna che ridava slancio alla mia vita. Sant’Ambrogio offriva spazi illimitati dove il mio bisogno di movimenti non costretti poteva realizzarsi. Li non sentivo il peso dell’autorità dei miei genitori, tutta la famiglia si rilassava. Potevo indugiare nei giochi dal mattino fino al tramonto sotto un cielo radioso e potevo sentire il calore del sole penetrare nella mia pelle. Mi adattavo bene al semplice stile di vita degli Ambrosiani e godevo della loro informalità, della loro amicizia. Era l’unico momento in cui mi sentivo vicino alla natura. Vivere a Sant’Ambrogio significava essere lontani dalla soffocante atmosfera di Cefalù, essere liberi dalla rigida disciplina della scuola e dalla noiosa vita alla barberia. Anche i miei genitori sembravano catturati da questa atmosfera, erano più felici. Il cambiamento era piuttosto evidente in mio padre, diventava più gradevole, più amabile con tutti. Consideravano ogni andata a Sant’Ambrogio una liberazione dalle pastoie che mi costringevano a Cefalù. Andavamo sempre in carrozza, appena il cavallo iniziava la strada sulla costa uno splendido panorama si dispiegava davanti a noi, gli ulivi alla nostra destra e il luccichio del mare a sinistra.
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Sant’Ambrogio si estende su un pendio che si rispecchia nel Tirreno, la prima impressione è quella di un grappolo di case messe insieme alla rinfusa. Non esisteva una strada che portava direttamente al paese, il cocchiere si fermava sotto, ai Ristinchi. Andavamo sempre in carrozza.
Le case erano raggruppate principalmente lungo tre strade. Due si snodavano dalla piazza in direzione opposta, la terza, a gradini, le congiungeva. La prima cosa che si notava era l’assenza di qualsiasi pianificazione nell’asse viario, era come se le strade fossero nate in un secondo momento. Scendendo i gradini di questa strada si arriva ‘a funtana, il cuore della borgata. Qui erano situate le vasche in cemento dove le donne andavano a lavare la biancheria e scambiare pettegolezzi. C’era anche il negozio del barbiere, aperto solo la domenica. ‘A funtana era il luogo d’incontro preferito dai giovanotti del paese per una chiacchierata serale. Intanto potevano lanciare sguardi di ammirazione alle ragazze che prendevano l’acqua. Poco più avanti c’era il tabaccaio. A volte la musica di un mandolino o di una chitarra allietava le serate. Ancora più giù c’era un’altra piazza, ma la sua unica attrazione era ‘u furnu ranni, un grande forno in pietra usato dagli abitanti della zona.

Traduzione a cura di Rosamaria Genovese di brani del libro ‘When we Dreamed of America’ di Emilio Piraino (Vantage Press, 1992)