Teatro di un vero e proprio gioco pirotecnico di rondini, definito in dialetto locale ‘u jocufócu, Sant’Ambrogio è una delle mete estive privilegiate (chiamale fesse) di queste McLaren impazzite. Non credo che, almeno biologicamente, la scelta sia dettata da pure esigenze vacanziere di villeggiatura, però non si può mai sapere.
Attraversano zitte zitte duemila chilometri di deserto sahariano, partendo dal Niger, dal Ciad e dal Mali, per poi raggiungere, dalle coste tunisine e libiche, le zone dell’agrigentino sorvolando a pelo d’acqua il Mediterraneo. Quindi impostano i loro portentosi radar puntando dritti verso nord, superando i colli ennesi e i monti delle Madonie, per poi raggiungere infine le destinazioni tirreniche “pianificate”, tanto la strada la conoscono…
Da un lato divoratrici di zanzare (punto a favore), dall’altro imbrattatrici seriali con le loro sporcizie, immondizie, nefandezze, residui organici, depositi biologici…Tant’è vero, che le stesse sono oggetto, da quando esistono, di svariate invettive da parte di chi le minaccia puntando il dito contro il loro becco, o di chi si avventura in un inseguimento drammatico stile Targa Florio, senza riuscita.
E poi, stanche del loro stesso casino, si schierano numerosissime sui fili dei balconi o sui cavi della luce, a prendersi beatamente il venticello fresco, e talvolta a rilassarsi guardando con attenzione lo spettacolo serale organizzato in piazza. Stanche delle ore di volo intercontinentale, delle risse con i piccioni per questioni di vicinato, e credo anche della precarietà della loro vita trafficatissima, sempre a mille all’ora.
È facilissimo a Sant’Ambrogio sentirle comunicare tra di loro, non so di che cosa esattamente, ma comunicano sempre, in ogni momento, anche mentre volano e fanno incetta di insetti; anche quando sono schierate sui fili, alcune chiacchierano senza interruzioni, altre invece stanno in silenzio e si godono la serata.
Probabilmente parleranno anche di noi, c’è da pensarlo, o comunque di come quotidianamente si svolge la vita del borgo: ed in questo, almeno dal punto di vista del portamento, sembrano riprodurre, usando una discreta quantità d’immaginazione, quello delle persone che incarnano la “vita lenta” del borgo, la stessa delle tranquille conversazioni piacevoli, dei lunghi racconti dei viaggi d’immigrazione e delle esperienze di vita.
Finita ‘a batteria, o ‘u jocufócu, il loro piccolo grande universo si avvicina incredibilmente di più a quello dell’uomo: e ciò non solo dal punto di vista della vicinanza fisica, in certi momenti fastidiosa, ma anche di quel che accade una volta che il volo, per un paio di ore, si arresta. Il misterioso silenzio, scandito dal vento che fa scuotere le tende esterne dei balconi, sembra narrare la precarietà e l’incertezza della loro esistenza, che sono, continuando ad usare parecchio l’immaginazione, un po’ anche le nostre.
Sarà che il vento serale estivo fa loro ricordare la convivenza difficile del tragitto africano con lo scirocco, che condivide con esse gran parte del viaggio nel continente nero, accompagnandole anche nella traversata verso la Sicilia. Chissà se, avendo dalla loro una incredibile memoria biologica, siano capaci di provare delle sensazioni associate ai ricordi, che le rendano così silenziose e inaspettatamente malinconiche.
Quel che è certo, è che anche di notte, terminato il riposo, riparte impetuoso lo svolazzare impazzito delle rondini santambruciari, che anima le calde estati del borgo: in poche parole, puntualmente, ricomincia ‘u jocufócu.
di Antonio Zaffiro (agosto 2026)














